Per un femminismo davvero intersezionale che non lasci alle destre lo spazio che il femminismo occidentale rifiuta

Vorrei che le persone per strada iniziassero a guardarmi con indifferenza, o per lo meno negli occhi senza più abbassare lo sguardo per la mia stampella, per la zoppia, per le cuffie nelle orecchie e per gli occhiali da sole in piena ombra, che non mi vedessero come poverina, vorrei non avere lo sguardo pietoso degli anziani con cui condivido l’affanno. Se una donna si lamenta perché spesso ci manca il rispetto sociale, cosa dovrebbe dire una donna disabile sul tema della dignità?
Vorrei che le persone abili iniziassero un processo in cui le persone disabili vengano viste come persone per cui tutti noi siamo diversi, vorrei che finissero gli slogan del “siamo un po’ tutti disabili”, il paragonarsi alle persone down come sinonimo di bontà, vorrei che non ci fosse più persona che affermasse di essere anche lei, in fondo, un po’ autistica.
Vorrei, soprattutto, avere gli stessi diritti delle altre persone socializzate donne. Per questo 8 marzo e per tutti i giorni della mia vita vorrei fare capire che essere socializzata donna rispetto ad essere socializzato uomo, è sicuramente una mancanza di privilegio; ma è comunque un privilegio rispetto a chi è socializzata donna in condizione di disabilità.
Vorrei che i movimenti femministə fossero davvero intersezionali, non solo a parole. Vorrei che non si limitassero nella lotta al gender gap, nella salute femminile intesa solo come ginecologica, nella lotta contro la violenza di genere e della cultura dello stupro. Sono istanze che escludono sia le donne nere e bipoc per cui le problematiche incisive sono altre, sia le donne disabili. Nei dati stessi che vengono raccolti dai movimenti c’è un gap.
Non è possibile che solo i movimenti antiabilisti e le singole soggettività disabili mettano al centro le istanze delle donne disabili. Non è possibile che solo le donne nere mettano al centro i loro bisogni, che non ci sia nessuno dall’ altra parte ad ascoltare. Non è possibile fare rete senza movimenti alleati.
Non ci basta la lotta al gender gap!

È difficile che i movimenti femministə si espongano su quanto si alzi il gender gap nel caso di donne disabili, di quanto questo aumenti quando parliamo di donne immigrate o/e non bianche.
Così come è difficile che approfondiscano i diritti di accesso alle cure medico-sanitarie, limitandosi a temi riguardanti la salute ginecologica e l’accesso all’ aborto, come se essere donne significasse solo essere utero-munite, non avere un corpo.
Dove mettiamo tutte quelle donne che non hanno accesso a un buon reddito a causa di neurodivergenze, disabilità psichiche, malattie croniche, malattie degenerative, spesso in condizione di comorbidità per cui il percorso diagnostico è spesso lungo e di difficile accesso, per il quale è anche complessa l’accessibilità al sussidio statale che non può essere paragonato al reddito di una lavoratrice dipendente in stato di buona salute e per cui, per diverse malattie croniche invalidanti in grande percentuale presenti nelle donne, al momento non c’è nemmeno un riconoscimento statale che possa considerare l’invalidità. Ottenere l’invalidità diventa anche una sfida, riuscire a dimostrare che stiamo davvero male non dipende da noi ma dal nome della diagnosi. Diventiamo numeri e cartelle cliniche, diventiamo punteggi, non persone.
Che valore ha la lotta al gender gap quando la disabilità ci impedisce di lavorare e di avere autonomia, per cui saremo quasi sempre dipendenti dalla famiglia per cure spesso costosissime, costanti, private, non coperte dal sistema sanitario; per tutte quelle donne che come me non rispondono ai farmaci e alle cure convenzionate, se avremo il privilegio di avere il supporto dei care-giver poiché tante disabili si ritrovano sole, indebitate, sotto la soglia di povertà, a rischio suicidio. Situazioni per cui alle proprie malattie non c’è cura, ma solo costosissimi palliativi e spesso non c’è nemmeno riconoscimento.
Per le immigrate irregolari la percentuale di disabilità aumenta per motivi di stress cronico in relazione a condizioni di vita al di sotto della soglia di benessere minimo, ma a loro non è riconosciuto alcun sostegno.
Perché i movimenti femministə non si occupano di chi è sotto la soglia minima di povertà, di immigrazione, di disabilità come una causa femminista, ma preferiscono parlare del diritto al non depilarsi, degli uomini che non piangono, di sesso-centrismo?
Perché occuparci di gender gap quando una donna disabile non sarà mai performante sul lavoro quanto una donna abile, secondo i criteri del capitalismo per cui dobbiamo essere più in forma di quanto la natura ci richiede?
Siamo donne che sono state lasciate a casa quando ci siamo ammalate, possiamo metterci anni di percorso diagnostico, otterremo un sussidio non adeguato alle spese per sopravvivere, specialmente in presenza di malattie rare, poco conosciute e poco tutelate.
La lotta al gender gap è solo per donne occidentali, cis, abili e bianche. Non mi appartiene e non mi interessa. Il femminismo e i movimenti sociali oggi spesso sono intersezionali e anticapitalisti solo a parole. Se tanti movimenti fossero davvero anticapitalisti lotterebbero per garantire equa distribuzione delle risorse economiche a disabili ed immigrati, ma nulla è davvero cambiato dalla prima ondata. La terza ondata è messa in pratica solo da chi la vive, da donne nere, donne bipoc, donne disabili.
Non ci basta la la lotta all’ aborto!

L’accesso all’aborto è un tema importante su cui lavorare necessariamente come femministə, per cui c’è davvero soprattutto in Italia l’assenza di diritti a causa di una velata teocrazia, ma dove troviamo lo spazio per l’accesso alla maternità?
C’è un’ ingerenza all’ interno dei movimenti femministə e di molti movimenti sociali di un’ideologia anti-natalista come se femminismo non fosse più libertà di scelta ma perseguire un modello preciso di come è giusto essere donna oggi.
Una propaganda di libertinaggio sessuale e rinuncia alla costruzione di una famiglia come propaganda di libertà. Nell’ assenza di amore, nelle relazioni liquide, nel rendere le proprie relazioni prodotti consumabili e scartabili, nel non sapersi fermare ad ascoltare, nell’ accumulare, non trovo libertà ma oppressione, contaminazione del capitalismo e della cultura del consumo di massa all’ interno dei movimenti sociali che stiamo distruggendo dall’ interno come è distrutta l’intera società occidentale in termini valoriali.
Il femminismo occidentale, bianco, abilista oggi non considera valido l’essere donna in quanto sposa, compagna, in quanto madre, credendo che sia un retaggio esclusivamente patriarcale da eliminare, e questa eliminazione è imposta con la forza.
Se si vuole essere considerate vere femministe, vere attiviste, allora non si può contemplare nella propria vita privata l’esperienza della maternità e del matrimonio o della convivenza in una famiglia mononucleare. Il poliamore è diventato un’ideologia, non un orientamento relazionale, generando una nuova forma di oppressione.
Il femminismo occidentale oggi è intersezionale negli slogan ma agisce nel privilegio di poter rinunciare a una vita tradizionale, non considerando che a quel genere di vita tradizionale molte donne disabili non ci hanno nemmeno facilmente accesso perché raramente veniamo viste come donne meritevoli di una relazione amorosa e/o sessuale, in grado di essere madri, di prenderci cura di altri esseri umani come dei bambini o un compagno. Spesso veniamo considerate pericolose se desideriamo mettere al mondo una vita perché veniamo osservate solo in termini di diagnosi, amniocentesi, rischio di far ereditare la nostra diversità. Dove l’aborto è di difficile accesso, nelle donne disabili è consigliato, veniamo spinte a rinunciare alla vita. L’istinto materno viene completamente cancellato dalle opzioni dei nostri corpi e delle nostre vite, si dà per scontato che avere un partner per noi è un’eccezione, non considerando nemmeno il valore della nostra salute mentale e spirituale.
Non ci basta la lotta alla cultura dello stupro!

Non abbiamo considerazione perché nemmeno veniamo considerate sessualizzabili, desiderabili e la concezione che donna disabile= donna fragile ci espone molto di più al rischio di violenza di genere e sessuale, ma questo aspetto fa paura, nessuno racconta le nostre storie al di fuori della nostra bolla.
Nella lotta femminista contro la cultura dello stupro non si parla mai di donne disabili come più esposte alla violenza patriarcale se non all’ interno della comunità neurodivergente.
Veniamo associate al bisogno, di conseguenza all’infantilizzazione. Non si pensa che possiamo avere un marito, una vita personale, una famiglia e addirittura una carriera. Non si pensa nemmeno che siamo sessualizzabili, di conseguenza come potremmo essere violentate? Infine, chi di noi riesce ad avere successo viene strumentalizzata a fini di inspiration porn, solo per offrire autostima alla società degli abili.
Lo stesso discorso vale per tutte quelle donne che culturalmente sono fuori dal privilegio occidentale, donne per cui lotta è essere madri in un mondo costellato da genocidi e guerra, basta guardare il potere di portare avanti delle gravidanze in Palestina e nei territori di genocidio. Figli che una volta in occidente vengono spesso allontanati dalla madre lasciata sola perché sotto la soglia di povertà, come se ci dovesse essere un valore minimo di privilegio economico per essere considerati bravi genitori. Eppure è proprio quel genitore che ha chiesto aiuto ai servizi sociali per un futuro migliore per i propri figli. Non si rendono conto che quei bambini si trasformeranno in capitale da organizzare nel sistema dell’ adozione e dell’ affidamento.
Considerazioni finali

Non solo l’aborto deve essere una lotta di sinistra e femminista, ma anche la maternità e non basta la lotta al gender gap, è fondamentale portare avanti la lotta per la liberazione dalla povertà, è fondamentale fare rete decoloniale, antirazzista e antiabilista.
La maternità e la povertà dovrebbero essere considerati luoghi di lotta fondamentali nei movimenti di sinistra extra-parlamentare, invece sono in mano alla Chiesa e alle destre di Governo.
Le conseguenze di questo vuoto per il femminismo non sono solo l’abilismo, il razzismo e la colonizzazione del capitalismo nelle vite di chi continua a praticarlo ma soprattutto il fascismo che si è già preso da anni lo spazio che molti si rifiutiamo di occupare, accecati dal femminismo occidentale che tanto si vanta essere intersezionale ma su cui Angela Davis ci sputerebbe per guardare alle vere cause del mondo.
